Piccolo aiuto in latino...

Spero che questo blog possa esservi utile per tradurre alcune delle "noiose" versioni di latino!
Mi auguro che troverete ciò che fa per voi...
In bocca al lupo!!!

Come trovare le versioni...

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Fedro - Fabulae - Liber IV

Fedro - Fabulae

Liber IV

IV, 10 - I Vizi dell'Uomo
Peras imposuit Iuppiter nobis duas:
Propriis repletam vitiis post tergum dedit,
Alienis ante pectus suspendit gravem.
Hac re videre nostra mala non possumus,
Alii simul deliquunt censores sumus.

Giove ci mise sulle spalle due bisacce: pose dietro la schiena la bisaccia piena dei propri difetti, sospese davanti al petto la pesante bisaccia dei vizi degli altri. A causa di ciò non possiamo vedere i nostri difetti, ma siamo critici severi non appena gli altri sbagliano.

Fedro - Fabulae - Liber III

Fedro - Fabulae

Liber III

III, 7 - Il lupo magro e il cane grasso
Quam dulcis sit libertas breviter proloquar.
Cani perpasto macie confectus lupus
forte occurrit; dein, salutati invicem
ut restiterunt, "Unde sic, quaeso, nites?
Aut quo cibo fecisti tantum corporis?
Ego, qui sum longe fortior, pereo fame.
"Canis simpliciter: "Eadem est condicio tibi,
praestare domino si par officium potes".
"Quod?" inquit ille. "Custos ut sis liminis,
a furibus tuearis et noctu domum.
Adfertur ultro panis; de mensa sua
dat ossa dominus; frusta iactat familia,
et quod fastidit quisque pulmentarium.
Sic sine labore venter impletur meus".
"Ego vero sum paratus: nunc patior nives
imbresque in silvis asperam vitam trahens.
Quanto est facilius mihi sub tecto vivere,
et otiosum largo satiari cibo!"
"Veni ergo mecum". Dum procedunt, aspicit
lupus a catena collum detritum cani.
"Unde hoc, amice?". "Nil est". "Dic, sodes, tamen".
"Quia videor acer, alligant me interdiu,
luce ut quiescam, et uigilem nox cum venerit:
crepusculo solutus qua visum est vagor".
"Age, abire si quo est animus, est licentia?"
"Non plane est" inquit. "Fruere quae laudas, canis;
regnare nolo, liber ut non sim mihi".
Quanto sia dolce la libertà lo dirò brevemente. Un giorno un lupo emaciato dalla fame incontrò un cane ben pasciuto. Fermatisi, dopo essersi salutati: "Dimmi, come fai ad essere così bello? Con quale cibo sei ingrassato tanto? Io che sono di gran lunga più forte, muoio di fame". Il cane schiettamente: "Puoi stare così anche tu, se presti ugual servizio al mio padrone". "Quale?", chiese. "La guardia della porta, la custodia della casa dai ladri della notte". "Ma io sono pronto! Ora conduco una vita grama sopportando nei boschi neve e piogge; quanto è più facile vivere sotto un tetto, starsene in ozio, saziandosi di abbondante cibo!". "Vieni dunque con me". Mentre camminano il lupo vede il collo del cane spelacchiato dalla catena. "Amico, cos'è questo?". "Non è niente". "Ma ti prego, dimmelo". "Dato che sembro troppo vivace, mi legano di giorno, affinché riposi quando è chiaro e sia sveglio quando viene la notte; al tramonto, slegato, me ne vado in giro dove voglio. Mi danno il pane senza che lo chieda; il padrone mi getta le ossa dalla sua mensa; gettano pezzi i servi e quel che avanza del companatico. Così, senza fatica, la mia pancia si riempie". "Ma se ti viene voglia di andartene, è permesso?". "Questo no", rispose. "Goditi quello che vanti, o cane. Neanche un regno vorrei, se non sono libero".

Fedro - Fabulae - Liber II

Fedro - Fabulae

Liber II

VII - I due muli e i ladri

Muli gravati sarcinis ibant duo:
unus ferebat fiscos cum pecunia,
alter tumentis multo saccos hordeo.
Ille onere dives celsa cervice eminens,
clarumque collo iactans tintinabulum;
comes quieto sequitur et placido gradu.
Subito latrones ex insidiis advolant,
interque caedem ferro ditem sauciant:
diripiunt nummos, neglegunt vile hordeum.
Spoliatus igitur casus cum fleret suos,
"Equidem", inquit alter, "me contemptum gaudeo;
nam nil amisi, nec sum laesus vulnere".
Hoc argumento tuta est hominum tenuitas,
magnae periclo sunt opes obnoxiae.

Due muli camminavano, carichi di sacche; uno portava delle sacche di denaro, l'altro sacche piene zeppe di molto orzo. Il primo, ricco, che sporgeva con il collo fiero per il carico, e che, altezzoso, scuoteva con il collo il "sonaglio"; il compagno lo segue con passo lento e tranquillo. Improvvisamente da un'imboscata irrompono dei briganti, e nella mischia colpirono con una spada quello ricco, saccheggiano le monete ed ignorarono il vile orzo. Allora, mentre quello derubato piangeva le sue disgrazie, l'altro disse: "Sono veramente felice di essere stato disprezzato; infatti non ho perso niente, e non sono stato ferito".Con questo discorso è difesa la semplicità degli uomini, mentre le ricchezze sono soggette a un grande pericolo.

Fedro - Fabulae - Liber I

Fedro - Fabulae

Liber I

I - Il lupo e l'agnello

Ad rivum eundem lupus et agnus venerant,
Siti compulsi; superior stabat lupus
Longeque inferior agnus. Tunc fauce improba
Latro incitatus iurgii causea intulit.
"Cur", inquit, "turbulentam fecisti mihi
Aquambibenti?". "Laniger contra timens:
"Qui possum, quaeso, facere quod quereris, lupe?
A te decurrit ad meos haustus liqour
Repulsus ille veritatis viribus:"
Ante hos sex menses male", ait, "dixisti mihi"
Respondit agnus: "Equidem natus non eram".
"Pater hercle tuus", inquit, "male dixit mihi".
Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
Haec propter illos scripta est homines fabula,
Qui fictis causis innocentes opprimunt.

Un lupo e un agnello spinti dalla sete erano andati allo stesso ruscello; il lupo stava più in alto e l'agnello di gran lunga più in basso. Allora il prepotente spinto dalla gola malvagia portò un motivo di litigio. "Perché" disse "mi hai reso torbida l'acqua che bevo?". L'agnello come risposta disse temendo: "Come posso io, di grazia, fare quello di cui ti lamenti, o lupo? L'acqua scorre da te alla mia bocca". Quello respinto dalla forza della verità: "Sei mesi fa tu hai parlato male di me". L'agnello rispose: "Ma io non era nato.". "Tuo padre, per Ercole, ha parlato male di me". E così il lupo lo sbrana dopo averlo afferrato con una ingiusta morte. Questa favola è stata scritta a causa di quegli uomini i quali opprimono gli innocenti a causa di falsi pretesti.


V - La legge del più forte

Numquam est fidelis cum potente societas:
testatur haes fabella propositum meum.
Vacca et capella et patiens ovis iniuriae
Socii fuere cum leone in saltibus.
Hi cum sepissent cervum vasti corporis,
sic est locutu partibus factis leo:
"Ego primam tollo, nomina quia leo;
secundam, quia sum socius, tribuetis mihi;
tum, quia plus valeo, me sequetur tertia;
malo adficietur, siquis quartam tetigerit".
Sic totam praedam sola improbitas abstulit.

Non c'è mai un'alleanza sicura con un prepotente: questa favola dimostra la mia premessa. Una mucca , una capretta e una pecora, che tollera l'offesa, furono socie con un leone nei boschi. Avendo questi preso un cervo dalla grande corporatura, il leone parlò così, dopo che furono fatte le parti: "io prendo la prima , perché sono chiamato leone; la seconda la darete a me, perché sono il vostro socio, poi, la terza parte mi seguirà perché sono il più forte; se qualcuno toccherà la quarta parte, sarà colpito dal male.". Così la sola prepotenza portò via tutta la preda.


XV - L'immutabile Condizione degli Umili

In principatu commutando, saepius
nil praeter domini nomen mutant pauperes.
Id esse verum parva haec fabella indicat.
Asellum in prato timidum pascebat senex.
Is hostium clamore subito territus
suadebat asino fugere ne possent capi.
At ille lentus: "Quaeso, num binas mihi
clitellas impositurum victorem putas?".
Senex negavit. "Ego quid mea,
cui seviam, clitellas dum portem meas?".

Nel cambiare governo, troppo spesso i poveri non cambiano nulla tranne il nome del padrone. Questa favola dimostra che questo è vero. Un vecchio timoroso pascolava un asinello nel prato. Quello atterrito dall'improvviso arrivo dei nemici, persuadeva l'asino a fuggire per non essere catturati. Ma quello calmo: "Per favore, forse tu pensi che il vincitore mi imporrà due bisacce?". Il vecchio negò. "Pertanto cosa mi interessa a chi io serva, purchè io porti le mie bisacce?".


XX - I cani famelici

Stultum consilium non modo effectu caret,
sed ad perniciem quoque mortalis devocat.
Corium depressum in fluvio viderunt canes.
Id ut comesse extractum possent facilius,
aquam coepere ebibere: sed rupti prius
periere quam quod petierant contingerent.

Un consiglio sciocco non solo è privo di risultato, ma conduce i mortali anche alla rovina. Dei cani videro nel fiume una pelle di animale messa a mollo. Per poterla più facilmente mangiare una volta estratta, cominciarono a bere l’acqua: ma morirono scoppiati prima di poter toccare quello che cercavano.


XXIV - La rana invidiosa del bue

Inops, potentem dum vult imitari, perit.
In prato qundam rana conspexit bovem
Et tacta invidia tantae magnitudinis
Rugosam inflavit pellem: tum natos suos
Interrogavit, an bove esse latior.
Ille negaverunt. Rursus intendit cutem
Maiore nisu et simili quaesivit modo,
Quis maior esset. Illi dixerunt bovem.
Novissime indignata, dum vult validius
Inflare sese, rupto iacuit corpore.

Il debole, quando vuole imitare il potente, perisce. Una volta una rana vide in un prato un bue e colpita dall'invidia per una tale grandezza gonfiò la pelle rugosa: poi chiese ai suoi piccoli, se fosse più grande del bue. Quelli negarono. Nuovamente tese la pelle con uno sforzo maggiore e in modo simile chiese, chi fosse il più grosso. Quelli dissero il bue. Infine indignata mentre volle gonfiarsi di più, giacque con il corpo scoppiato.


XXVIII - La volpe e l'aquila

Quamvis sublimes debent humiles metuere,
vindicta docili quia patet sollertiae.
Vulpinos catulos aquila quondam sustulit,
nidoque posuit pullis escam ut carperent.
Hanc persecuta mater orare incipit,
ne tantum miserae luctum importaret sibi.
Contempsit illa, tuta quippe ipso loco.
Vulpes ab ara rapuit ardentem facem,
totamque flammis arborem circumdedit,
hosti dolorem damno miscens sanguinis.
Aquila, ut periclo mortis eriperet suos,
incolumes natos supplex vulpi reddidit.

I superbi devono temere moltissimo gli umili, poiché la vendetta è esposta a una duttile furbizia. Una volta un'aquila catturò dei piccoli volpini e li adagiò nel nido per i suoi pulcini affinché li beccassero. Mamma volpe, che aveva seguito questa, cominciò a supplicarla di non arrecare a lei infelice un così grande dolore. L’aquila disprezzò la preghiera della volpe, dato che era al sicuro in quel posto. La volpe prese una fiaccola ardente dall'altare , circondò tutto l'albero con le fiamme, mischiando al danno della sua progenie il dolore del nemico. prometteva così alla misera nemica una morte atroce, anche procurando danno ai suoi figli. E L'aquila, per sottrarre i suoi figli dal pericolo di morte, restituì supplice i figli incolumi alla volpe.