Piccolo aiuto in latino...

Spero che questo blog possa esservi utile per tradurre alcune delle "noiose" versioni di latino!
Mi auguro che troverete ciò che fa per voi...
In bocca al lupo!!!

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Valerio Massimo - Facta et dicta memorabilia - Liber VIII

Valerio Massimo

Facta et dicta memorabilia

Liber VIII

cap. VII

Ext. 3 - Incontentabile amore di Platone per il sapere
Platon autem patriam Athenas, praeceptorem Socratem sortitus, et locum et hominem doctrinae fertilissimum, ingenii quoque divina instructus abundantia, cum omnium iam mortalium sapientissimus haberetur, eo quidem usque, ut, si ipse Iuppiter caelo descendisset, nec elegantiore nec beatiore facundia usurus videretur, Aegyptum peragravit, dum a sacerdotibus eius gentis geometriae multiplices numeros caelestium observationum rationem percipit. Quoque tempore a studiosis iuvenibus certatim Athenae Platonem doctorem quaerentibus petebantur, ipse Nili fluminis inexplicabiles ripas vastissimosque campos, [...] effusam barbariam et flexuosos fossarum ambitus Aegyptiorum senum discipulus lustrabat. Quo minus miror in Italiam transgressum, ut ab Archyta Tarenti, a Timaeo et Arione et Echecrate Locris Pythagorae praecepta et instituta acciperet: tanta enim vis, tanta copia litterarum undique colligenda erat, ut invicem per totum terrarum orbem dispergi et dilatari posset. Altero etiam et octogesimo anno decedens sub capite Sophronis mimos habuisse fertur. Sic ne extrema quidem eius hora agitatione studii vacua fuit.
Platone, scelta come patria Atene e come precettore Socrate entrambe ricchissimi di cultura, pure dotato di ingegno in abbondanza incomparabile, poiché era ormai considerato il più sapiente di tutti i mortali, a tal punto che, se Giove stesso fosse sceso dal cielo, non sarebbe sembrato che poteva servirsi di un'eloquenza né più elegante, né più felice, visitò l'Egitto, per imparare la scienza delle osservazioni dei cieli e i molteplici numeri della geometria dai sacerdoti di quel popolo. Nello stesso tempo (in cui) Atene era raggiunta da molti giovani studenti che facevano a gara a cercare il maestro Platone, (invece) lui stesso, il discepolo di vecchi giziani, esaminava le rive interminabili del fiume Nilo e i vastissimi campi, la distesa straniera e i percorsi flessuosi dei canali, in qualità di discepolo dei vecchi egiziani. Perciò non mi meraviglio tanto che andò in Italia, affinché ricevesse degli insegnamenti e delle massime di Pitagora da Archita di Taranto, da Timeo, da Arione e da Echecrate di Locri: infatti tanta doveva raccogliere da ogni parte una tale quantità e ricchezza di conoscienza, che potesse a sua volta seminare e diffondere per tutto il mondo. Si racconta che quando morì, tra l'ottantesimo anno e il secondo (a ottantun anni), tenesse sotto il guanciale le commedie di Sofrone. In questo modo sicuramente neppure la sua ultima ora fu libera dall'esercizio dello studio.

Valerio Massimo - Facta et dicta memorabilia - Liber VII

Valerio Massimo

Facta et dicta memorabilia

Liber VII

cap. II

Ext. I - Socrate

[...] Idem, cum Atheniensium scelerata dementia tristem de capite eius sententiam tulisset fortique animo et constanti vultu potionem veneni e manu carnificis accepisset, admoto iam labris poculo, uxore Xantippe inter fletum et lamentationem vociferante innocentem eum periturum, "Quid ergo?" inquit "nocenti mihi mori satius esse duxisti?" [...]

[...] Socrate, dopo che la scellerata follia degli Ateniesi portò alla triste sentenza riguardo la sua condanna di morte, e che, con animo coraggioso e volto impassibile, ricevette dalla mano del carnefice un filtro di veleno, mossa già la bocca al filtro, mentre la moglie Santippe proclamava tra le lacrime e il lamento che lui stava per morire innocente, disse: "Perché, dunque, pensavi che per me sarebbe meglio morire da colpevole?" [...]


Ext. VIII


Mirifice etiam Thales: nam interrogatus an facta hominum deos fallerent 'ne cogitata ' inquit, ut non solum manus, sed etiam mentes puras habere vellemus, cum secretis cogitationibus nostris caeleste numen adesse credidissemus.

Talete, chiestogli se le cose fatte dagli uomini ingannasero gli dei, rispose: "Neppure le cose pensate ", affinché volessimo avere non solo le mani pure, ma anche le menti, poiché credevamo che la divinità celeste partecipi ai nostri pensieri segreti.

Ext. IX

Ac ne quod sequitur quidem minus sapiens. Unicae filiae pater Themistoclen consulebat utrum eam pauperi, sed ornato, an locupleti parum probato conlocaret. Cui is 'malo' inquit 'virum pecunia quam pecuniam viro indigentem'. Quo dicto stultum monuit ut generum potius quam divitias generi legeret. [...]

Ma nemmeno ciò che segue è meno saggio. Il padre Temistocle pensava all'unica figlia se maritarla ad uno povero ma dignitoso oppure ad uno ricco ma poco onesto. Egli le disse: "Preferisco un uomo privo di denaro che denaro privo di uomo". Dopo aver detto ciò raccomandò di scegliere un genero sciocco piuttosto che le ricchezze del genero. [...]


Ext. XIII

Demadis quoque dictum sapiens: nolentibus enim Atheniensibus divinos honores Alexandro decernere 'Videte' inquit 'ne, dum caelum custoditis, terram amittatis'.

E’ saggio anche un detto di Demade: infatti agli Ateniesi che non volevano concedere onori divini ad Alessandro, disse: "Fate in modo che, mentre custodite il cielo, non perdiate la terra".


Cap. V

II - Una battuta inopportuna causa una sconfitta elettorale

P. autem Scipio Nasica togatae potentiae clarissimum lumen, qui consul Iugurthae bellum indixit, qui matrem Idaeam e Phrygiis sedibus ad nostras aras focosque migrantem sanctissimis manibus excepit, qui multas et pestiferas seditiones auctoritatis suae robore oppressit, quo principe senatus per aliquot annos gloriatus est, cum aedilitatem curulem adulescens peteret manumque cuiusdam rustico opere duratam more candidatorum tenacius adprehendisset, ioci gratia interrogavit eum num manibus solitus esset ambulare. Quod dictum a circumstantibus exceptum ad populum manavit causamque repulsae Scipioni attulit: omnes namque rusticae tribus paupertatem sibi ab eo exprobratam iudicantes iram suam adversus contumeliosam eius urbanitatem destrinxerunt. Igitur civitas nostra nobilium iuvenum ingenia ab insolentia revocando magnos et utiles cives fecit honoribusque non patiendo eos a scurris peti debitum auctoritatis pondus adiecit.

Ancora, Publio Scipione Nasica, famosissimo esempio di autorità romana, che da console dichiarò guerra a Giugurta, che con mani purissime portò dalle sedi frigie la madre Ida trasferendola nei nostri altari e nelle nostre case, che soffocò con la forza della sua autorità molte e rovinose rivolte, che per alcuni anni si vantò principe del senato, poiché un giovane chiedeva la carica di edile, dopo aver stretto la mano di qualcuno, resa dura dal lavoro agricolo, più tenacemente rispetto all'usanza dei candidati, per scherzo gli domandò se fosse solito camminare con le mani. Udito ciò dalla gente vicina la sentenza si diffuse al popolo e recò il motivo dell'insuccesso elettorale di Scipione: e infatti tutte le tribù rustiche, giudicando che da lui la povertà sarebbe stata rinfacciata loro, sguainarono la propria collera contro la sua offensiva mondanità. Così la nostra città, distogliendo dall'insolenza gli animi dei giovani nobili, ne fece dei grandi e utili cittadini, e non permettendo che le magistrature fossero intraprese da dei buffoni, diede loro il peso dell'autorità dovuto.

Valerio Massimo - Facta et dicta memorabilia - Liber VI

Valerio Massimo

Facta et dicta memorabilia

Liber VI

cap. V

Ext. II - Un piano utile, ma niente affatto giusto

[...] Cum saluberrimo consilio Themistocles migrare Athenienses in classem coegisset Xerxeque rege et copiis eius Graecia pulsis ruinas patriae in pristinum habitum reformaret et opes clandestinis molitionibus ad principatum Graeciae capessendum nutriret, in contiene dixit habere se rem deliberatione sua provisam, quam si fortuna ad effectum perduci passa esset, nihil maius aut potentius Atheniensi populo futurum, sed eam vulgari non oportere, postulavitque ut aliquis sibi, cui illam tacite exponeret, daretur. Datus est Aristides. Is postquam rem cognovit, classem illum Lacedaemoniorum, quae tota apud Gytheum subducta erat, velie incendere, ut ea consumpta dominatio maris ipsis cederet, processit ad cives et retulit Themistoclen ut utile consilium, ita minime iustum animo volvere. E vestigio universa contio quod aequum non videretur ne expedire quidem proclamavit ac protinus Themistoclen incepto iussit desistere.
[...] Dopo che Temistocle aveva spinto con una decisione più che utile gli Ateniesi a imbarcarsi e, una volta cacciati il re Serse e le sue truppe dalla Grecia, tentava di riportare allo stato iniziale le strutture rovinate della patria e intanto cercava con piani segreti di fomentare i mezzi finalizzati a conquistare il primato sulla Grecia, in assemblea disse che aveva in mente un progetto da lui stesso elaborato e se la sorte avesse permesso che si potesse realizzare, non ci sarebbe stato niente di più grande o di più potente del popolo ateniese, ma aggiunse anche che non era opportuno che il piano si divulgasse e chiese che gli si affiancasse qualcuno a cui poterlo esporre in segreto. Così per tale scopo gli fu assegnato Aristide. Egli, dopo essere venuto a conoscenza della cosa, e cioè che quello voleva incendiare la flotta degli Spartani, che era stata tutta trasportata presso il Giteo, in modo che una volta distrutta quella il potere sul mare venisse nelle loro mani, si presentò davanti ai concittadini e riferì che Temistocle aveva in mente un piano utile, ma niente affatto giusto. Subito tutto il popolo riunito disse ufficialmente che ciò che non sembrava giusto non era neanche utile e immediatamente ordinò a Temistocle di desistere dal suo progetto.

Valerio Massimo - Facta et dicta memorabilia - Liber IV

Valerio Massimo

Facta et dicta memorabilia

Liber IV
cap. VII

Ext. I - Damone e Finzia

Haeret animus in domesticis, sed aliena quoque bene facta referre Romanae urbis candor hortatur. Damon et Phintias Pythagoricae prudentiae sacris initiati tam fidelem inter se amicitiam iunxerant, ut, cum alterum ex his Dionysius Syracusanus interficere vellet, atque is tempus ab eo, quo prius quam periret domum profectus res suas ordinaret, impetravisset, alter vadem se pro reditu eius tyranno dare non dubitaret. Solutus erat periculo mortis qui modo gladio cervices subiectas habuerat: eidem caput suum subiecerat cui securo vivere licebat. Igitur omnes et in primis Dionysius novae atque ancipitis rei exitum speculabantur. Adpropinquante deinde finita die nec illo redeunte unus quisque stultitiae tam temerarium sponsorem damnabat. At is nihil se de amici constantia metuere praedicabat. Eodem autem momento et hora a Dionysio constituta et eam qui acceperat supervenit. Admiratus amborum animum tyrannus supplicium fidei remisit insuperque eos rogavit ut se in societatem amicitiae tertium sodalicii gradum mutua culturum benivolentia reciperent. Hascine vires amicitiae? Mortis contemptum ingenerare, vitae dulcedinem extinguere, crudelitatem mansuefacere, odium in amorem convertere, poenam beneficio pensare potuerunt. Quibus paene tantum venerationis quantum deorum inmortalium caerimoniis debetur: illis enim publica salus, his privata continetur, atque ut illarum aedes sacra domicilia, harum fida hominum pectora quasi quaedam sancto spiritu referta templa sunt.
Il mio animo pende dalla parte dei casi nazionali, ma il candore della città di Roma mi spinge a riportare correttamente anche i fatti esteri. Damone e Finzia, iniziati ai misteri della dottrina pitagorica, avevano stretto tra loro un'amicizia tanto stretta che, volendo Dionigi di Siracusa uccidere uno dei due, e avendo questo ottenuto da lui (Dionigi) il tempo per tornare in patria a sistemare i suoi affari prima di morire, l'altro non esitò a offrirsi al tiranno come garante per il ritorno dell'amico. Era liberato dal pericolo di morte uno che poco prima aveva il collo sotto la spada; alla stessa aveva accostato la propria testa uno che poteva vivere al sicuro. Tutti allora e per primo Dionigi osservavano l'esito del nuovo e incerto fatto. Avvicinandosi in seguito il giorno stabilito e non essendo quello ritornato, ciascuno tacciava di stupidità il garante così incosciente. Ma quello proclamava di non temere nulla riguardo la coerenza dell'amico. Infatti nello stesso momento arrivarono sia l'ora stabilita da Dionigi, sia colui che l'aveva accettata. Allora il tiranno, ammirando il carattere di entrambi, revocò la condanna per la (loro) fedeltà e inoltre chiese loro di accoglierlo nel vincolo di amicizia come un terzo gradino della compagnia (promettendo di) osservare l'affetto reciproco. Queste (sono) le forze dell'amicizia? Hanno potuto infondere il disprezzo della morte, far dimenticare la dolcezza della vita, rendere mansueta la crudeltà, mutare l'odio in amore, compensare la pena col beneficio. A queste andrebbe dovuta quasi la stessa venerazione che quella nelle cerimonie per gli dei immortali: a quelli infatti compete la salute di tutti, a queste (le forze dell'amicizia) la salute degli intimi, e come quelli hanno per sedi i sacri templi, di questi sono per cosi dire templi i cuori fedeli degli uomini, riempiti di un'anima divina

Cap. VIII

V - Tito Quizio Flaminio proclama la libertà dei Greci

[...] Philippo enim Macedoniae rege superato, cum ad Isthmicum spectaculum tota Graecia convenisset, T. Quintius Flaminius, tubae signo silentio facto, per praeconem haec verba recitari iussit: "Senatus populusque Romanus et T. Quintus Flamininus imperator omnes Graeciae urbes, quae sub dicione Philippi regis fuerunt, liberas atque immunes esse iubet". Quibus auditis, maximo et inopinato gaudio homines perculsi, primo veluti non audisse se quae audierant credentes, obticuerunt. Iterata deinde pronuntiatione praeconis, tanta cauelum clamoris alacritate compleverunt, ut certe constet aves, quae supervolabant, adtonitae paventesque decidisse. [...]
[...] Vinto Filippo re di macedonia, essendo tutta la Grecia riunita allo spettacolo dei giochi istimici, Tito Quinzio Flaminio, fatto silenzio con il segnale della tromba, comandò di recitare queste parole per mezzo di un araldo: "Il senato e il popolo romano e il generale Tito Quinzio Flaminio comanda a tutte le città greche, che erano sotto l'autorità di Filippo, di essere libere ed esenti da tributi". Udite queste parole, sorpresi da una gioia grandissima ed improvvisa, credendo all'inizio come se non avessero sentito quello che avevano sentito, ammutolirono. Finito poi il discorso dell'araldo, così grande ardore e clamore riempì il cielo, che si dice con certezza che gli uccelli, che volavano sopra, caddero storditi e spaventati. [...]
Cap. VIII

Ext. II - Un uomo estremamente generoso

Subnectam huic Acragantinum Gillian, quem propemodum ipsius liberalitatis praecordia constat habuisse. Erat opibus excellens, sed multo etiam animo quam divitiis locupletior semperque in eroganda potius quam in corripienda pecunia occupatus, adeo ut domus eius quasi quaedam munificentiae officina crederetur: illinc enim publicis usibus apta monumenta extruebantur, illinc grata populi oculis spectacula edebantur, illinc epularum magnifici apparatus labentique annonae subsidia oriebantur. Et cum haec universis, privatim alimenta inopia laborantibus, dotes virginibus paupertate pressis, subsidia detrimentorum incursu quassatis erogabantur. Hospites quoque cum urbanis penatibus tum etiam rusticis tectis benignissime excepti, uariis muneribus ornati dimittebantur. Quodam vero tempore D simul Gelensium equites vi tempestatis in possessiones suas conpulsos aluit ac vestivit. Quid multa? Non mortalem aliquem, sed propitiae Fortunae benignum esse diceres sinum. Ergo quod Gillias possidebat omnium quasi commune patrimonium erat. Pro cuius salute et incrementis cum Acragantina civitas tum etiam vicinae regiones votis excubabant. Conloca e contraria parte arcas inexorabilibus claustris obseratas, nonne praestantiorem aliquanto existimes illam inpensam quam hanc custodiam?

Un agrigentino di nome Gillia era straordinariamente ricco , ma molto più ricco d'animo che di ricchezze, al punto che la sua casa era quasi creduta una specie di officina di generosità: da lì venivano innalzati monumenti legati ad usi pubblici, venivano allestiti spettacoli graditi agli occhi del popolo, derivavano gli splendidi fasti dei banchetti e mezzi di sostegno. Gillia donava queste cose a tutti: concedeva privatamente beni alimentari a coloro che soffrivano la fame , doti alle vergini oppresse dalla povertà, aiuti a coloro che erano stati abbattuti dall'incombenza di danni. Anche gli ospiti, accolti come (sia) dalle case di città così anche(sia) dalle abitazioni di campagna molto bene, venivano congedati ornati di diversi doni. In un certo periodo nutrì e vestì allo stesso tempo cinquecento cavalieri di Gela, spinti dall'impeto della tempesta nei suoi possedimenti.Che dire di più? Non si sarebbe detto che fosse un mortale qualunque, ma un'abbondante tasca della propizia dea Fortuna. Quindi ciò che Gillia possedeva era quasi un patrimonio comune di tutti. Come la città di Agrigento così anche le regioni vicine avevano cura dei voti per la salute e gli sviluppi di questi (Gillia).

Valerio Massimo - Facta et dicta memorabilia - Liber I

Valerio Massimo

Facta et dicta memorabilia

Liber I
cap. VIII

Ext. IX - Poteri di oracoli e profezie

Eodem oraculo Macedonum rex Philippus admonitus ut a quadrigae violentia salutem suam custodiret, toto regno disiungi currus iussit eumque locum, qui in Boeotia Quadriga vocatur, semper vitavit. Nec tamen denuntiatum periculi genus effugit: nam Pausanias in capulo gladii, quo eum occidit, quadrigam habuit caelatam.
Poichè lo stesso oracolo ammonì il re macedone Filippo a difendere la sua salute dalla violenza della quadriga, il re decise di allontanare i carri da tutto il regno e sempre evitò il luogo che è chiamato Quadriga, in Beozia. Ma tuttavia il tipo dichiarato di pericolo non sfuggì: infatti Pausania (si dice) che nell'impugnatura della spada con cui lo uccise fosse scolpita una quadriga.
Ext. X

Quae tam pertinax necessitas in patre filio Alexandro consimilis apparuit: si quidem Callanus Indus sua sponte se ardenti rogo superiecturus, interpellatus ab eo ecquid aut mandaret aut dicere vellet, "Brevi te", inquit, "videbo": nec id sine causa, quia voluntarium eius e vita excessum rapida mors Alexandri subsecuta est.

Così tenace la necessità nel padre apparve del tutto simile nel figlio Alessandro: in realtà Callano Indo, prima di gettarsi di sua iniziativa nel fuoco ardente, interrogato da lui su cosa volesse affidare o dire, disse: "Tra breve ti rivedrò"; né ciò senza buon motivo, poiché alla fine volontaria della sua vita rapida seguì la morte di Alessandro.