Piccolo aiuto in latino...

Spero che questo blog possa esservi utile per tradurre alcune delle "noiose" versioni di latino!
Mi auguro che troverete ciò che fa per voi...
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Curzio Rufo - Historiae Alexandri Magni - Liber X

Curzio Rufo

Historiae Alexandri Magni

Liber X

V - Gli ultimi momenti di Alessandro
Intuentibus lacrimae obortae praebuere speciem iam non regem, sed funus eius visentis exercitus. Maeror tamen circumstantium lectum eminebat; quos ut rex aspexit: "Invenietis", inquit, "cum excessero, dignum talibus viris regem?" Incredibile dictu audituque, in eodem habitu corporis, in quem se composuerat, cum admissurus milites esset, durasse, donec a toto exercitu illud ultimum persalutatus est; dimissoque vulgo, velut omni vitae debito liberatus fatigata membra reiecit. Propiusque adire iussis amicis, - nam et vox deficere iam coeperat, - detractum anulum digito Perdiccae tradidit adiectis mandatis, ut corpus suum ad Hammonem ferri iuberent. Quaerentibusque his cui relinqueret regnum, respondit ei qui esset optimus, ceterum providere iam se ob id certamen magnos funebres ludos parari sibi. Rursus Perdicca interrogante quando caelestes honores haberi sibi vellet, dixit tum velle, cum ipsi felices essent. suprema haec vox fuit regis, et paulo post extinguitur. [...]


Le lacrime agli occhi che vennero loro mentre lo guardavano dettero l’impressione di un esercito che guardasse non già il suo re, ma il suo funerale: tuttavia a spiccare maggiormente era il dolore di quelli che stavano intorno al suo letto. Appena il re li ebbe notati, disse: "Una volta che sarò morto, troverete un sovrano che meriti tali uomini?". È incredibile sia a dirsi che ad udirsi che egli fosse rimasto nella stessa posizione del corpo che aveva assunto quando si accingeva a far entrare da lui i soldati, fino a che tutto l’esercito non gli rese quell’ultimo saluto. Poi, congedati i soldati, come se si fosse liberato da ogni obbligo verso la vita, coricò le sue membra stanche e, dopo aver ordinato agli amici di venirgli più vicino, giacché anche la voce ormai aveva iniziato a mancargli, si tolse l’anello dal dito e lo consegnò a Perdicca aggiungendo l’ordine di far portare il suo corpo al tempio di Giove Ammone. E quando essi chiedevano a chi lasciasse in eredità il regno, rispose a chi fosse il migliore: per il resto disse che già prevedeva che per quella gara gli si preparavano grandi giochi funebri. Poiché di nuovo Perdicca voleva sapere da lui quando voleva che gli si attribuissero onori funebri, lo voleva quando loro stessi fossero felici. Queste furono le ultime parole del re e poco dopo morì. [...]

Curzio Rufo - Historiae Alexandri Magni - Liber VIII

Curzio Rufo

Historiae Alexandri Magni

Liber VIII

IV - Alessandro ed il soldato assiderato
[...] Forte Macedo gregarius miles seque et arma male sustentans, tamen in castra pervenerat; quo viso rex, quamquam ipse tum maxime admoto igne refovebat artus, ex sella sua exiluit, torpentemque militem et vix compotem mentis demptis armis in sua sede iussit considere. [...]
[...] Per caso, un soldato semplice macedone, sorreggendo con difficoltà sé e le sue armi, giunse tuttavia all'accampamento; il re quando lo vide, nonostante stesse riscaldando le membra con un fuoco che gli avevano appena portato, saltò su dalla sedia e ordinò al soldato intorpidito e a stento padrone di sé di sedersi al suo posto. [...]

Curzio Rufo - Historiae Alexandri Magni - Liber VII


Curzio Rufo

Historiae Alexandri Magni

Liber VII

VIII - Fiero discorso di vinti ad Alessandro
[...] Igitur unus ex his maximus natu locutum accepimus: "Si dii habitum corporis tui aviditati animi parem esse voluissent, orbis te non caperet: altera manu Orientem, altera Occidentem contingeres, et, hoc adsecutus, scire velles ubi tanti numinis fulgor conderetur. Sic quoque concupiscis, quae non capis. Ab Europa petis Asiam, ex Asia transis in Europam: deinde, si humanum genus omne superaveris, cum silvis et nibivus et fluminisbus ferisque bestiis gesturus es bellum. Quid? Tu ignoras arbores magnas diu crescere, una hora exstirpari? Stultus est qui fructus earum spectat, quarum altitudinem non metitur. Vide, ne, dum ad cacumen pervenire contendis, cum ipsis ramis, quos comprehenderis, decidas. Leo quoque aliquando minimarum avium pabulum fuit, et ferrum rubigo consumit. Nihil tam firmum est, cui periculum non sit etiam ab invalido. Quid nobis tecum est? Numquam terram tuam attigimus. Quis sis, unde venias, licetne ignorare in vastis silvis viventibus? Nec servire ulli possumus, nec imperare desideramus. [...]

[...] Dunque ricevemmo uno dei più anziani tra questi, che parlò: "Se gli dei avessero voluto che l'aspetto del tuo corpo fosse pari alla cupidigia del tuo animo, il mondo non ti conterrebbe: con una mano afferreresti l'Oriente, con l'altra l'Occidente e avendo ottenuto ciò, vorresti sapere dove si vada a nascondere il così grande splendore del sole. Così desideri fortemente anche ciò che non ottieni. Dall'Europa ti dirigi in Asia, dall'Asia attraversi fino in Europa: quindi se avrai vinto ogni popolo umano combatterai contro i boschi e le nevi, i fiumi e le bestie feroci. Tu ignori che i grandi alberi crescono in tempi molto lunghi e possono essere estirpati in una sola ora? Stolto è chi guarda i frutti di questi, dei quali non riesce a misurare l'altezza. Bada a non cadere mentre cercherai di arrivare alla sommità, con gli stessi rami, che afferrerai. Qualche volta anche un leone è stato cibo degli uccelli più piccoli, e il ferro si consuma con la ruggine. Niente è così saldo che non possa essere messo in pericolo anche da un invalido. Che cosa abbiamo in comune con te? Mai abbiamo toccato la tua terra. Per coloro che vivono nei grandi boschi, è lecito ignorare chi sei, da dove vieni? Non possiamo servire nessuno, né vogliamo comandare”. [...]

Curzio Rufo - Historiae Alexandri Magni - Liber VI

Curzio Rufo

Historiae Alexandri Magni

Liber VI

II - Generosità di Alessandro verso i nobili persiani prigionieri
[...] Igitur cum tempestivis conviviis dies pariter noctesque consumeret, satietatem epularum ludis interpellabat, non contentus artificum, quos e Graecia exciverat, turba: quippe captivae iubebantur suo ritum canere inconditum et abhorrens peregrinis auribus carmen. Inter quas unam rex ipse conspexit maestiorem quam ceteras et producentibus eam verecunde reluctantem. Excellens erat rorma, et formam pudor honestabat: deiectis in terram oculis et, quantum licebat, ore velato suspicionem praebuit regi nobiliorem esse, quam ut inter convivales ludos deberet ostendi. Ergo interrogata quaenam esset, neptim se Ochi, qui nuper regnasset in Persis, filio eius genitam esser respondit, uxorem Hystaspis fuisse. E propinquis hic Darei fuerat, magni et ipse exercitus praetor. Adhuc in animo regis tenues reliquae pristini moris haerebant. Itaque fortunam regia stirpe genitae et tam celebre nomen Ochi reveritus, non dimitti modo captivam, sed etiam restitui ei suas opes iussitm virum quoque requirim ut reperto coniugem redderet. Postero autem die praecepit Hephaestioni, ut omnes captivos in regiam iuberet adduci. Ibi singulorum nobilitate spectata ecrevit a vulgo, quorum eminebat genus. M hi fuerunt: inter quos repertus est Oxathres, Darei frater, non illius fortuna quam indole animi sui clarior. XXVI milia talentum proxima praeda redacta erant: e quis duodecim milia in congiuarium militum absumpta sunt, par huic pecuniae summa custodum fraude subtracta est. [...]

[...] Pertanto, poiché trascorreva i giorni e allo stesso modo le notti con banchetti prolungati, interrompeva la noia dei conviti con dei giochi, non contento della massa di saltimbanchi che aveva fatto venire dalla Grecia: infatti, fu ordinato a delle prigioniere persiane di intonare secondo la propria tradizione dei canti rozzi e sgraditi ad orecchie straniere. Tra queste il re stesso ne notò una più triste delle altre, e che si opponeva con ritegno a coloro che la conducevano in pubblico. Era splendida di aspetto, e la pudicizia ne abbelliva le sembianze: abbassato lo sguardo a terra e velato il volto per quanto possibile diede al re il sospetto che fosse nata da una famiglia troppo nobile per doversi esibire in spettacoli conviviali. Quindi, domandatole chi mai fosse, rispose che era la nipote di Oco, che aveva regnato fino a poco tempo prima sui Persiani, nata da suo figlio, e che era stata la moglie di Istaspe. Quest'ultimo era stato parente di Dario, ed era stato egli stesso a capo di un grande esercito. Nell'animo del re rimanevano ancora deboli tracce della sua antica indole. E così, rispettando la sorte di una nata da stirpe reale e il tanto celebre nome di Oco, ordinò non solo che la prigioniera venisse liberata, ma anche che le fossero restituiti i suoi averi, che fosse persino rintracciato il marito, per restituirgli la moglie ritrovata. Inoltre l'indomani ordinò ad Efestione di ordinare che tutti i prigionieri fossero condotti nella regia. Lì, valutata la nobiltà di ciascuno, separò dalla massa coloro dei quali appariva ben visibile la nobiltà. Questi furono mille: tra di loro fu trovato Oxarte, fratello di Dario, più famoso di quest'ultimo non per la fortuna di quello ma per l'indole del proprio animo. Con l'ultimo bottino erano stati razziati ventiseimila talenti: di questi dodicimila furono spesi per le distribuzioni ai soldati, altrettanti furono sottratti a causa della disonestà delle guardie. C'era il nobile persiano Ossidate, che, destinato alla morte da Dario, veniva tenuto in ceppi; dopo averlo liberato, gli assegnò la satrapia della Media, e accolse il fratello di Dario nel gruppo degli amici, restituitogli ogni onore della precedente nobiltà. [...]

Curzio Rufo - Historiae Alexandri Magni - Liber IX

Curzio Rufo
Historiae Alexandri Magni
Liber IX
X - I Macedoni e una terribile pestilenza
Famem deinde pestilentia secuta est; quippe insalubrium ciborum novi suci, ad hoc itineris labor et aegritudo animi vulgaverant morbos: et nec manere sine clade nec progredi poterant; manentes fames, progressos acrior pestilentia urguebat. Ergo strati erant campi paene pluribus semivivis, quam cadaveribus; ac ne levius quidem aegri sequi poterant: quippe agmen raptim agebatur tantum singulis ad spem salutis ipsos proficere credentibus, quantum itineris festinando praeciperent. Igitur, qui defecerant, notos ignotosque, ut adlevarentur, orabant; sed nec iumenta erant, quibus excipi possent, et miles vix arma portabat, inminentisque et ipsis facies mali ante oculos erat. Ergo, saepius revocati ne respicere quidem suos sustinebant misericordia in formidinem versa. Illi relicti deos testes et sacra communia regisque inplorabant opem; cumque frustra surdas aures fatigarent, in rabiem desperatione versi parem suo exitum similesque ipsis amicos et contubernales precabantur.

Alla carestia poi seguì una pestilenza; infatti, le essenze dannose contenute nei cibi esotici e oltre a ciò la fatica fisica e la pena interiore avevano diffuso la malattia ed essi non riuscivano né a stare fermi né a procedere senza perdite: se rimanevano era la fame che li opprimeva, se progredivano l’epidemia con maggior gravità. Perciò le zone lì intorno erano ricoperte più di persone mezze morte che di cadaveri. E chi era malato non potevano neppure seguire gli altri più lentamente, perché il grosso delle truppe procedeva velocemente, in quanto i singoli credevano di contribuire alla speranza di salvezza in misura proporzionale allo spazio che riuscivano a guadagnare camminando in fretta. Dunque chi era venuto meno supplicava indistintamente chi conosceva e chi non conosceva di essere sollevato da terra, ma non c’erano neppure bestie da soma su cui si potessero caricare e i soldati a stento riuscivano a portare le armi e chiaro davanti agli occhi avevano l’aspetto di un male che incombeva anche su di loro. Dunque quelli più volte richiamati indietro non ce la facevano neppure a guardare i loro compagni, perché la pietà si trasformava in paura. Quelli che venivano lasciati indietro imploravano a testimoni gli dei e la comune fede religiosa e l’aiuto del re e, volta la loro disperazione in rabbia, siccome le loro preghiere restavano inutili perché inascoltate auguravano ai loro compagni una morte simile alla loro e amici simili a quelli.

Curzio Rufo - Historiae Alexandri Magni - Liber IV

Curzio Rufo
Historiae Alexandri Magni
Liber IV
VI - Alessandro infierisce contro un eroico nemico
[...] Betim egregia edita pugna multisque vulneribus confectum deseruerunt sui, nec tamen segnius proelium capessebat, lubricis armis suo pariter atque hostium sanguine. Sed cum undique telis peteretur, ad postremum, exhaustis viribus, vivus in potestatem hostium pervenit. Quo adducto, insolenti gaudio iuvenis elatus, alias virtutis etiam in hoste mirator, "Non, ut voluisti", inquit, "morieris, sed, quidquid in captivum inveniri potest, passurum esse te cogita". Ille, non interrito modo, sed contumaci quoque vultu intuens regem, nullam ad minas eius reddidit vocem. Tum Alexander, "Videtisne obstinatum ad tacendum?" inquit, "num genu posuit? Num vocem supplicem misit? Vincam tamen silentium et si nihil aliud, certe gemitu interpellabo". Ira deinde vertit in rabiem iam tum peregrinos ritus nova subeunte fortuna. Per talos enim spirantis lora traiecta sunt religatumque ad currum traxere circa urbem equi gloriante rege, Achillen, a quo genus ipse deduceret, imitatum se esse poena in hostem capienda. [...]
[...] Beti, dopo aver combattuto una pregevole battaglia ed essere stato ferito in più punti, venne abbandonato dai suoi; eppure non affrontava lo scontro con minor alacrità, anche se le sue armi erano difficili da maneggiare per il sangue sia suo che dei nemici. Ma, preso di mira da tutte le parti dalle armi nemiche, alla fine, sfinito fisicamente, cadde da vivo nelle mani degli avversari; e quando gli fu portato davanti, il giovane Alessandro pieno di orgogliosa soddisfazione, lui che in altre occasioni sapeva ammirare il valore anche nel nemico, disse: "Non morirai come avresti voluto, ma preparati all’idea che subirai tutti i supplizi che si possono escogitare contro un nemico". Quello, guardando il re con un’espressione non solo imperturbabile, ma anche arrogante, alle sue minacce non proferì parola. Allora Alessandro aggiunse: "Non vedete come è ostinato nel suo silenzio? Si è forse inginocchiato? Ha forse pronunciato parole supplichevoli? Eppure io riuscirò a sopraffare il suo silenzio e sicuramente, se non altro, a interromperlo con i lamenti". Poi l’ira si trasformò in rabbia, mentre la sua straordinaria fortuna stava già allora lasciando spazio a consuetudini barbare. Infatti, mentre lui era ancora vivo, il re gli fece trapassare i talloni con delle cinghie e per mezzo di quelle dopo averlo fatto legare a un carro lo fece trascinare intorno alla città da dei cavalli, mentre lui si vantava di aver imitato Achille, da cui traeva origine, nel punire un nemico. [...]

XIV - Perorazione di Dario ai suoi soldati

"[...] Ad extrema perventum est. Matrem meam, duas filias, Ochum, in spem huius imperii genitum, principes, illam sobolem regiae stirpis, duces vestros reorum instar vinctos habet: nisi quid in vobis, ipse ego maiore mei parte captivus sum. Eripite viscera mea ex vinculis, restituite mihi pignora pro quibus ipsi mori non recusatis, parentem, liberos; nam coniugem in illo carcere amisi. Credite nunc omnes hos tendere ad vos manus, inplorare patrios deos, opem vestram, misericordiam, fidem exposcere, ut compedibus, ut servitute, ut precario victu ipsos liberetis. An creditis aequo animo iis servire, quorum reges esse fastidiunt? Video admoveri hostium aciem, sed quo propius discrimen accedo, hoc minus iis quae dixi possum esse contentus. Per ego vos deos patrios, aeternumque ignem qui praefertur altaribus, fulgoremque Solis intra fines regni mei orientis, per aeternam memoriam Cyri, qui ademptum Meis Lydisque imperium primus in Persidem intulit, vindicate ab ultimo dedecore nomen gentemque Persarum. Ite alacres et spiritus pleni, ut, quam gloriam accepistis a maioribus vestris, posteris relinquatis. In dextris vestris iam libertatem, opem, spem futuri temporis geritis. Effugit mortem, quisquis contempserit; timidissimum quemque consequitur. Ipse non patrio more solum, sed etiam, ut conspici possim, curru vehor, nec recuso quo minus imitemini me, sive fortitudinis exemplum, sive ignaviae fuero."

"[...] Si è arrivati alla rovina. (Alessandro) ha mia madre, due figlie, Oco, nato per la speranza di questo impero, i principi, celebre discendenza di stirpe reale, i vostri comandanti prigionieri come criminali: se non fosse perché è riposta qualche risorsa in voi, io sono prigioniero per la maggior parte di me stesso. Liberate le mie viscere dai vincoli, restituitemi gli ostaggi, per i quali voi stessi non esitate a morire, il genitore, i figli: infatti persi la moglie in quella prigione. Credete ora che tutti vi tendano le mani, invochino gli dei patrii, implorino il vostro aiuto, pietà, fiducia, perché li liberiate dai vincoli, dalla servitù e dal vitto precario. O forse credete che facciano con serenità da servi a coloro dei quali disdegnano di essere re? Vedo che viene avvicinata la schiera dei nemici, ma quanto più mi avvicino al momento decisivo, tanto meno, per le cose che ho detto, vedo di poter essere contento. Dunque, nel nome degli dei patrii, dell'eterno fuoco che viene portato agli altari, dello splendore del sole che sorge fra i territori del mio regno, dell'eterna memoria di Ciro, che per primo portò in Persia il regno portato via ai Medi e ai Lidi, sottraete all'estremo disonore il nome e il popolo dei Persiani. Andate pronti e pieni di spirito a lasciare ai posteri la gloria che avete ricevuto dai vostri antenati. Nelle vostre destre già portate la libertà, l'aiuto, la speranza di un tempo futuro. Sfugge alla morte chiunque la disprezzi; essa segue tutti i più paurosi. Io stesso non solo per usanza patria, ma anche per poter farmi vedere, vengo trasportato dal carro, e non rifiuto che mi imitiate, sia che diventi un esempio di forza sia di viltà."

Curzio Rufo - Historiae Alexandri Magni - Liber III

Curzio Rufo
Historiae Alexandri Magni
Liber III
I - Il nodo di Gordio

[...] Alexander, urbe in dicionem suam redacta, lovis templum intrat. Vehiculum, quo Gordium, Midae patrem, vectum esse constabat, aspexit, cultu haud sane a vilioribus vulgatisque usu abhorrens. Notabile erat iugum adstrictum compluribus nodis in semetipsos implicatis et celantibus nexus. Incolis deinde adfirmantibus editam esse oraculo sortem, Asiae potiturum, qui inexplicabile vinculum solvisset, cupido incessit animo sortis eius explendae. Circa regem erat et Phrygum turba et Macedonum, illa expectatione suspensa, haec sollicita ex temeraria regis fiducia: quippe serie vinculorum ita adstricta, ut, unde nexus inciperet quove se conderet, nec ratione nec visu perspici posset, solvere adgressus iniecerat curam ei ne in omen verteretur inritum inceptum. lile, nequaquam diu luctatus cum latentibus nodis, "Nihil" inquit "interest, quomodo solvantur", gladioque ruptis omnibus loris, oraculi sortem vel elusit vel implevit. [...]

[...] Alessandro, ridotta in suo potere la città, entrò nel tempio di Giove. Vide il carro, con cui si sapeva che si era lasciato trasportare Gordio, padre di Mida, carro che alla vista non era affatto diverso nell’utilizzo da quelli più comuni e normali. Si notava immediatamente il giogo stretto con parecchi nodi avvolti su se stessi che nascondevano però i punti di connessione. Siccome poi gli abitanti dicevano che dall’oracolo era stata fatta la profezia che colui che avesse sciolto quel nodo inestricabile si sarebbe impadronito dell’Asia, gli venne il desiderio di mettere in atto quella predizione. Intorno al re c’era una folla sia di Frigi che di Macedoni, i primi sospesi nell’attesa, i secondi preoccupati per la sicurezza del re che pareva temeraria: infatti, dato che la serie di nodi era talmente stretta che non si riusciva né a capire né a vedere da dove prendesse avvio la connessione o dove andasse a finire, il re cercando di sciogliere i nodi aveva ingenerato in loro la preoccupazione che se il tentativo non fosse riuscito si risolvesse in un cattivo presagio. Quello, senza aver a lungo lottato coi nodi nascosti, disse: "Non ha importanza come vengono sciolti" e, tagliati con la spada tutti i lacci, o eluse o realizzò la predizione dell’oracolo. [...]

III - Gli incubi di Dario

[...] Anxium de instantibus curis agitabant etiam per somnum species imminentium rerum, sive illas aegritudo, sive divinatio animi praesagientis accersit. Castra Alexandri magno ignis fulgore conlucere ei visa sunt, et paulo post Alexander adduci ad ipsum in eo vestis habitu, quo ipse fuisset, equo deinde per Babylona vectus, subito cum ipso equo oculis esse subductus. Ad haec vates varia interpretatione curam distrinxerant. Alii laetum id regi somnium esse dicebant, quod castra hostium arsissent, quod Alexandrum, deposita regia veste, in persico et vulgari habitu perductum ad se vidisset; quidam non: augurabantur quippe inlustria Macedonum castra visa fulgorem Alexandro portendere: quod vel regnum Asiae occupaturus esset, haud ambiguae rei, quoniam in eodem habitu Dareus fuisset, cum appellatus est rex. Vetera quoque omina, ut fere solet, sollicitudo revocaverat. Recensebant enim Dareum in principio imperii vaginam acinacis persicam iussisse mutari in eam forman, qua Graeci uterentur, protinusque Chaldaeos interpretatos imperium Persarum ad eos transiturum quorum arma esset imitatus. [...]

[...] Dario, assillato per le preoccupazioni incombenti era turbato dalla visione dei fatti imminenti anche durante il sonno, sia che fosse l’ansia ad averla provocata, sia che fossero presentimenti del suo animo a presagirglielo. Ebbe l’impressione che il campo di Alessandro fosse rischiarato da un grande bagliore di fuoco e che poco dopo Alessandro fosse portato proprio davanti a lui con indosso l’abbigliamento che lui stesso aveva avuto: poi, andato per la città di Babilonia a cavallo, all’improvviso fosse sparito alla vista insieme col cavallo stesso. Di fronte a questi sogni, gli indovini avevano acuito la sua angoscia dando diverse interpretazioni: alcuni sostenevano che quello per il re era un sogno di buon auspicio, cioè il fatto che il campo nemico si fosse incendiato, perché aveva visto che Alessandro, lasciato l’abbigliamento da re, era stato portato da lui vestito umilmente come un persiano. Altri non erano d’accordo con questa interpretazione: infatti vaticinavano che il campo dei Macedoni che era stato illuminato preannunciava lo splendore di Alessandro; il fatto che avesse avuto indosso quella veste (dimostrava) senza ombra di dubbio che avrebbe conquistato il potere sull’Asia, poiché Dario era stato vestito nello stesso modo, quando fu acclamato re. L’ansia aveva richiamato alla memoria anche antichi presagi, come di solito succede: infatti ripensavano che Dario all’inizio del suo regno aveva ordinato che il fodero della scimitarra persiana fosse cambiato, assumendo quella forma che usavano i Greci e subito i Caldei avevano vaticinato che l’impero persiano sarebbe passato a coloro le cui armi egli avesse imitato. [...]

VII - Marcia di avvicinamento ad Isso

At Dareus nuntio de adversa valitudine eius accepto celeritate, quantam capere tam grave agmen poterat, ad Euphraten contendit inunctoque eo pontibus quinque tamen diebus traiecit exercitum Ciliciam occupare festinans. Iam Alexander viribus corporis receptis ad urbem Solos pervenerat: cuius potitus ducentis talentis multae nomine exactis arci praesidium militum inposuit. Vota deinde pro salute suscepta per ludum atque otium reddens ostendit, quanta fiducia barbaros sperneret: quippe Aesculapio et Minervae ludos celebravit. Spectanti nuntius laetus adfertur Halicarnasso Persass acie a suis esse superatos, Myndios quoque et Caunios et pleraque tractus eius suae facta dicionis. Igitur edito spectaculo ludicro castrisque motis et Pyramo amne ponte iuncto ad urbem Mallum pervenit, inde alteris castris ad oppidum Catabolum. Ibi Parmenio regi occurrit: praemissus erat ad explorandum iter saltus, per quem ad urbem Isson nomine penetrandum erat. Atque ille angustiis eius occupatis et praesidio modico relicto Isson quoque desertam a barbaris ceperat. Inde progressus deturbatis, qui interiora montium obsidebant, praesidiis cuncta firmavit occupatoque itinere, sicut paulo ante dictum est, idem et auctor et nuntius venit. [...]

Ma Dario, ricevuta la notizia della cattiva salute di Alessandro, si diresse al fiume Eufrate con la velocità che poteva consentirgli un esercito tanto impacciato, e, collegatolo con alcuni ponti, fece tuttavia passare l'esercito in cinque giorni, affrettandosi ad occupare la Cilicia. E Alessandro, recuperate ormai le forze del corpo, era giunto alla città di Soli: impossessatosi di questa, dopo aver richiesto duecento talenti di taglio grosso, stabilì un presidio di soldati alla rocca. Quindi, sciolti i voti che aveva fatto per la sua salute, ricambiando con giochi e riposo, dimostrò con quanta fiducia disprezzasse i barbari: poiché celebrò dei giochi in onore di Esculapio e di Minerva. Da Alicarnasso mentre assiste ai giochi gli viene recata la buona notizia che i Persiani sono stati vinti in battaglia dai suoi soldati, che i Mindi e persino i Cauni e la maggior parte del suo paese sono stati posti sotto il suo dominio. Quindi, finito lo spettacolo dei giochi, mosso l'accampamento, e congiunto il fiume Piramo con un ponte, giunse alla città di Mallo, di lì con altre tappe sino alla piazzaforte di Castabalo. Lì Parmenio venne incontro al re: era stato mandato in avanscoperta ad esplorare il percorso del passo attraverso il quale si doveva arrivare alla città di nome Isso. E quello, occupati gli stretti territori di esso e lasciata una modesta difesa, aveva conquistato anche Isso, abbandonata dai barbari. Dopo essere uscito, cacciati i nemici che occupavano l'interno dei monti, fortificò tutti gli accessi e, occupato il percorso, come si è detto poco fa, ritornò allo stesso tempo da autore e da messaggero. [...]

IX

[...] Alexander phalangem, qua nihil apud Macedonas validius erat, in fronte constituit. Dextrum cornu Nicanor, Parmenionis filius, tuebatur: huic proximi stabant Coenos et Perdiccas et Meleager et Ptolomaeus et Amyntas, sui quisque agminis duces. In laevo, quod a mare pertinebat, Craterus et Parmenio erant, sed Craterus Parmenioni parere iussus. Equites ab utroque cornu locati: dextrum Macedones Thessalis adiunctis, laevum Peloponnesii tuebantur. Ante hanc aciem posuerat funditorum manum; Thraces quoque et Cretenses ante agmen ibant, et ipsi leviter armati. At his, qui praemissi a Dareo iugum montis insederant, Agrianos opposuit. [...]

[...] Alessandro sistemò sul fronte una falange, di cui non c'era niente di più forte tra i Macedoni. Nicomore, figlio di Parmenione, controllava l'ala destra dell'esercito. A costui stavano vicinissimi Cena, Perdicca e Meleagro, ciascuno comandante della propria schiera. Cratero e Parmenione stavano sull'ala sinistra che dava verso il mare. La cavalleria fu collocata su entrambe le ali: a destra difendevano i Macedoni, con aggiunti i Tessagli, a sinistra i Peloponnesii. Davanti a questa schiere aveva posto un manipolo di frombolieri; anche i Traci e i Cretesi (e proprio quelli armati più leggeri), andavano davanti l'esercito. E a quelli che, mandati avanti da Dario, avevano occupato la cima di un monte, contrappose gli Agrioni. [...]


X

Iam in conspectu, sed extra teli iactum utraque acies erat, cum priores persae inconditum et trucem sustulere clamorem. [...]

Ormai entrambe le armate erano a vista ma non a portata di freccia, quando le avanguardie Persiane innalzarono un grido di guerra intimidatorio e disordinato. [...]

XI - Nel campo persiano dopo la sconfitta

[...] Sed omnium oculos animosque in semet converterant captivae mater coniuxque Darei: illa non maiestate solum sed etiam aetate venerabilis, haec formae pulchritudine nec illa quidem sorte corruptae; receperat in sinum filium nondum sextum annum aetatis egressum, in spem tantae fortunae, quantam pater eius paulo ante amiserat, genitum. At in gremio anus aviae iacebant adultae virgines duae non suo tantum, sed etiam illius maerore confectae. Ingens circa eam nobilium feminarum turba constiterat laceratis crinibus abscissaque veste, pristini decoris inmemores, reginas dominasque veris quondam, tunc alienis nominibus, invocantes. Illae suae calamitatis oblitae in utro cornu Dareus stetisset, quae fortuna discriminis fuisset, requirebant: negabant se captas, si viveret rex. Sed illum equos subinde mutantem longius fuga abstulerat.In acie autem caesa sunt Persarum peditum C milia, decem equitum; at a parte Alexandri ad quattuor et quingenti saucii fuere, ex peditibus XXX omnino et duo desiderati sunt, equitum centum quinquaginta interfecti: tantulo inpendio ingens victoria stetit!
[...] Avevano attirato lo sguardo e l’attenzione generale su di loro la madre e la moglie di Dario prigioniere: di tutto rispetto l’una non solo per la sua regalità, ma anche per l’età, l’altra per le sua bellezza fisica. Aveva accolto nel suo grembo il figlioletto che non aveva compiuto ancora cinque anni, destinato fin dalla nascita a raccogliere tutta quella straordinaria eredità che suo padre aveva da poco perduta. In seno alla vecchia nonna stavano le due figlie (di Dario) fanciulle in età da marito, angosciate non solo dalla loro pena, ma anche da quella che vedevano in lei. Intorno a loro si era fermata una grande quantità di donne di stirpe illustre, che coi capelli strappati e la veste squarciata non ricordavano più la loro antica dignità ed invocavano le donne regali loro sovrane. Quelle, dimenticando la loro condizione sventurata, chiedevano in quale ala dell’esercito fosse rimasto Dario, quale fosse stato l’esito della battaglia. Dicevano che, se il re era in vita, loro non sarebbero state prese prigioniere. Ma intanto quello, cambiando sempre cavallo, si era portato lontano con la fuga.D'altra parte in campo di battaglia furono uccisi centomila fanti persiani mentre di cavalieri diecimila. Dalla parte di Alessandro invece ci furono cinquecentoquattro feriti, in tutto dei fanti andarono dispersi trentadue ed uccisi centocinquanta cavalieri: così esiguo fu il prezzo che costò una grande vittoria (come quella).

XII - Efestione scambiato per Alessandro

[...] Iamque iustis defunctorum corporibus solutis praemittit ad captivas, qui nuntiarent ipsum venire, inhibitaque comitantium turba tabernaculum cum Hephaestione intrat. Is longe omnium amicorum carissimus erat regi, cum ipso pariter eductus, secretorum omnium arbiter; libertatis quoque in admonendo eo non alius ius maius habebat, quod tamen ita usurpabat ut magis a rege permissum quam vindicatum ab eo videretur: et sicut aetate par erat regi, ita corporis habitu praestabat. Ergo reginae illum esse regem ratae suo more veneratae sunt. Inde ex captivis spadonibus quis Alexander esset monstrantibus, Sisigambis advoluta est pedibus eius ignorationem numquam antea visi regis excusans; quam manu adlevans rex: "Non errasti", inquit, "mater: nam et hic Alexander est". [...]

[...] Dopo aver reso gli onori funebri di rito ai morti, mandò alle prigioniere messi ad annunciare che stava arrivando di persona e, lasciata fuori la folla del suo seguito, entrò nella tenda con Efestione. Questo era di gran lunga l’amico più caro al re, educato alla pari insieme con lui, interessato di tutti i suoi segreti: nessun altro aveva come lui nell’ammonirlo una libertà più ampia, di cui peraltro si avvaleva al punto che sembrava che dal re gli fosse stato concesso più di quanto da lui fosse stato richiesto. E come era pari in età al re, così lo superava in corporatura. Dunque le donne della famiglia reale, credendo che fosse lui il re, gli resero omaggio secondo la loro usanza. Poi al momento in cui gli eunuchi prigionieri indicarono loro chi era il vero Alessandro, Sisigambi si avvinghiò ai suoi piedi scusandosi per non aver riconosciuto il re che prima non aveva mai visto. Il sovrano, facendola alzare con la mano, disse: "Non hai sbagliato, madre: infatti anche lui è Alessandro". [...]